Mi preparo per la sera. Un altro giorno trascorso in attesa di un lavoro. Guardo la cornice argentata sopra il mobile dell’ingresso: la mia laurea. Con il passare degli anni quel pezzo di carta ha perso valore e ha preso il colore dell’amarezza, della delusione. Ma non voglio pensare a questo stasera: oggi è il 10 settembre, festeggiamo il nostro primo anniversario, un anno esatto da quel bacio veloce sulla panchina del parco. Sento ancora i profumi, vedo ancora le luci di quella sera quando finalmente ho pensato: “Ma allora anche io posso innamorarmi”.
Fa caldo. Il sole non è ancora tramontato. La vecchietta di sopra ha di nuovo buttato le sue briciole sui panni stesi ad asciugare. Gliene direi quattro, ma quando la vedo barcollante e incerta appoggiata al suo balcone, la saluto con un sorriso e tiro dritto. Sono fatto così, me la prenderei con il mondo intero ma poi esito e lascio correre. Me lo rinfaccia spesso, il mio amore. Dice che sono permissivo, che giustifico tutti, che dovrei essere più severo. Anche a scuola dovrei farlo, con i ragazzi. Ma proprio non ci riesco, trovo sempre una scusante per tutti. La vecchina si sporge dal balcone, le dico buonasera e rientro.
A settembre i colori del tramonto sono bellissimi e le luci della sera tingono di un caldo romanticismo le strade e i vicoli. Camminando verso la fermata del pullman, osservo la gente indaffarata correre verso casa, stanca per il lavoro e chissà quant’altro. Di solito cammino anche io così: con gli occhi fissi verso il basso. Ma stasera no, stasera voglio festeggiare, voglio essere felice.
Mi sta aspettando da Cencia, a Trastevere. Il ristorante è pieno ma al tavolo all’angolo vedo la testa bionda di Patrick. Lo raggiungo e lo bacio sulla guancia. A lui non piacciono questi gesti in pubblico, ma sono troppo euforico per curarmene. Ordiniamo pasta alla carbonara e una bottiglia di vino bianco. Parliamo del lavoro, della famiglia. Al caffé mi chiede ciò che non mi aspettavo… andiamo a vivere insieme? Cado dalle nuvole. Un volo di centinaia di metri lungo i quali il mio volto si illumina di un enorme sorriso! E’ l’inizio della nostra vita insieme, del nostro futuro.
Camminiamo per via della Lungaretta. Orde di turisti ci sballottano da un lato all’altro della stretta via…ma noi siamo immersi nel nostro sogno. Parlando dei mobili Ikea da comprare, di quella cassettiera blu che guardo da mesi, dei miei gatti che dovranno traslocare, delle spese e delle targhette da mettere sul campanello, superiamo l’isola Tiberina e superando il suo antico ponte ci spingiamo fino a via delle Botteghe Oscure. Si è fatto tardi…ormai è buio da un pezzo, ma siamo troppo eccitati per andare a dormire. Proseguiamo su via dei Fori Imperiali. Ci fermiamo a guardare i resti del tempio di Vesta e racconto a Patrick che quello era, per gli antichi, il luogo dove si conservava il fuoco. Il fuoco che scalda la casa, che scalda il cuore nelle notte gelide. Il fuoco, che rappresentava la sicurezza, la certezza che niente e nessuno avrebbe potuto intaccare. Chissà, forse esagero con il romanticismo… Proseguiamo fino al Colosseo, Patrick mi prende la mano e me la stringe.
“Ma volete capirlo che qui non vi vogliamo?”. E’ come ritrovarsi d’improvviso in un mondo sconosciuto, come vedere il castello dei tuoi sogni infrangersi in un fragoroso frastuono. Alcuni ragazzi si avvicinano, sono giovani, di quelli che incontri ogni giorno per strada. Il cuore mi scoppia, sono paralizzato dalla paura. So di come spesso si venga presi di mira da questi gruppetti, ma non noi…non stasera. Arrivano i primi sputi, hanno delle bottiglie di birra in mano. Si divertono a deriderci, a insultarci. Le mani mie e di Patrick sono ancora unite, strette nella comune paura, e questo eccita le belve che si avvicinano a noi. Io non parlo, Patrick reagisce, dice loro di lasciarci in pace. Ma gli animali continuano a girarci intorno. Cominciamo a camminare verso l’Arco di Costantino. Con passo veloce ma senza correre, come quando ci si allontana dal cane rabbioso che ad uno scatto improvviso della preda si lancia all’inseguimento. Alcune pietre ci cadono vicino, una bottiglia di birra vuota si frantuma poco più in là. Facciamo il giro intorno al Colosseo, le luci di una pattuglia della polizia che lampeggiano in lontananza mettono fine all’indegno accerchiamento.
Sono passati solo pochi minuti e ci ritroviamo sulla strada dei fori. Ansimanti e spaventati non abbiamo il coraggio di parlare, ma i miei occhi sono umidi e le mani tremano. Cerco di pensare alla cassettiera blu che tanto mi piace, alla nostra futura casetta, al nostro desiderio di normalità, al nostro amore. Ma per quanto mi concentri altro non vedo che i resti impolverati del tempio di Vesta, e il suo focolare ormai irrimediabilmente spento.